In Galizia piove spesso. In ogni stagione. Si sa.
Ma nel maggio del 2008 mentre, insieme con Annapia e una coppia di amici, percorrevo il Camino di Santiago di Compostela, piovve ogni giorno anche sui Pirenei e sulla campagna di Navarra. Vento e pioggia battente sferzarono i pellegrini sulle mesetas de La Rioja , piovigginò sul paramo castigliano, piovve sui monti di León. Invece la Galizia fu risparmiata.
El barro, il fango che rende scivolosi e pericolosi i sentieri di montagna, infide le carrarecce, pesanti i tratti di terra battuta, fu presente lungo tutto il Camino.
«¡Barro, barro, Madre de Dios, cuanto barro!» gemevano tra il serio e il faceto i giovani spagnoli, mentre saltellavano da una zolla d'erba all’altra per evitare le pozzanghere del sentiero, ampie come laghi.
Così, scherzando, alcuni di loro ribattezzarono il pellegrinaggio El Camino de San Isidro, dedicandolo al santo contadino che, un tempo, gli agricoltori invocavano perché mandasse la pioggia ad irrigare i campi e li proteggesse dalla sequía, la terribile siccità estiva che li avrebbe ridotti alla fame.
Per noi pellegrini, comunque, la pioggia durante il Camino si rivelò un vantaggio. Ridusse la temperatura, che in anni normali già in maggio raggiunge sui grandi altipiani spagnoli i trenta gradi, e rese così sopportabile la marcia anche durante le ore centrali del giorno.
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Succede spesso anche nella vita. Un evento che viene temuto e preoccupa anzitempo, un evento che al suo primo insorgere crea difficoltà perché si è impreparati ad accoglierlo, in seguito si rivela utile e positivo, se non addirittura indispensabile.
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Camminando si pensa e si ripensa.
Quel camminare, fatto di incertezze e di fatiche, di gioie e di scoperte improvvise, di incontri occasionali e di momenti di solidarietà mi è apparso come un’allegoria della vita.
Un percorso prolungato, di trenta giorni come lo è stato il Camino, mi ha allora invitato a ripensare ai fatti e sulle persone che avevano animato la storia della mia vita. Quale significato avevano avuto per me? Quale significato avevo avuto per loro?
L’andare per villaggi e città, il passare accanto a chiese, monasteri e palazzi, l’attraversare boschi e campi coltivati che raccontavano la vita di donne e di uomini nel corso dei secoli, l'ascoltarne storie e leggende mi ha offerto il contesto in cui inserire questa ricerca.
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Ripercorrendo in quei trenta giorni il percorso degli antichi pellegrini, ho tentato quindi di rileggere in modo critico il mio passato, per cercare di capire e interpretare i sessantacinque anni che mi appesantivano lo zaino, per scoprire se quegli anni avevano avuto un senso.
Mi sono però accorto che l'opera di recupero dei ricordi e di costruzione della memoria non è facile.
Ricordavo - o meglio riuscivo o volevo ricordare - solo quei fatti che si accordavano con le immagini di me che mi ero già costruito e, in qualche modo, avevo accettato. E quando cercavo di comprendere il perché delle scelte che avevo compiuto nel corso della vita, scoprivo che a ciascuna di esse avevo già attribuito un significato.
Quando poi ho tentato, utilizzando questi ricordi, di costruire una memoria coerente, sono stato aggredito dalla molteplicità di immagini, di identità, di significati e di fantasie che un uomo complicato come me si è creato nel tempo.
Troppi sono stati i desideri realizzati o inappagati, troppe le situazioni, troppi i momenti intensi in cui mi sono trovato oppure ho sognato di trovarmi a vivere.
Troppi per poterli descrivere in una storia ordinata.
Allora le contraddizioni hanno trovato una loro strada per potersi esprimere, quella del dialogo. Con le donne e con gli uomini della storia presente e passata, con la natura, con le voci che provengono da un dio o da un demone interiore.
Un dialogo, pieno di contrasti, tra le diverse anime che mi abitano.
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Così è stato per me, in quel maggio del 2008, el Camino de Santiago.
O, se più vi piace, el Camino de San Isidro.
da "El Camino de San Isidro", dicembre 2009
