Il mio amico Giacomo


 da El Camino de San Isidro, dicembre 2009:

     «Ebbi una fortuna, una grande fortuna.
Non so con quale pretesto o motivo, alla fine di luglio - eravamo arrivati a Vicenza da pochi giorni - venne a casa mia un giovane prete, don Giacomo, cappellano della parrocchia di Santa Caterina in cui abitavamo, che mi invitò a partecipare ad un campo scout. Iniziò per me quella lunga avventura - che anche voi avete vissuto - che diede un'impronta alla mia vita e che, in qualche modo, la segna ancora.» (pag. 208)

«Era un prete discreto, schivo, non voleva mai farsi fotografare, non chiedeva mai che qualcuno lo aiutasse, preferiva sobbarcarsi il triplo di lavoro pur di non pesare sugli altri.
Di lui si sapeva poco. La sua famiglia era originaria di Montisola, un paesino al centro del lago di Iseo, poi si era stabilita a Vicenza, in pieno centro, dove il 18 marzo 1945 aveva visto case e palazzi sbriciolarsi sotto le bombe delle fortezze volanti americane. Ma Giacomo intanto, a quel tempo insegnante di lettere, se ne era già andato in montagna ad ingrossare le file dei partigiani. Finita la guerra entrò in seminario per farsi prete. Non ci spiegò mai perché.
Quando lo conobbi o meglio, come vi ho detto, quando venne a cercarmi per conoscermi, era cappellano nella parrocchia di Santa Caterina con delega per tutta la zona di San Giorgio e della strada di Gogna e lì aveva fondato gli scouts. Non partecipava a tutte le attività, ovviamente, ma era lui che proponeva le esperienze più forti.
«Ragazzi, volete che sabato andiamo al Buso della Rana?» E noi, che mai avevamo visto una grotta, il sabato sera eravamo pronti, con zaino e tende legate al portapacchi della vecchia bicicletta nera, per partire con lui verso Monte di Malo.
Arrivati davanti all’antro in cui si apriva la grotta, estraeva da un sacco un canottino e le lampade a 'carburo', cioè ad acetilene. Si toglieva la tonaca, che aveva tenuto addosso durante la pedalata, e si cambiava davanti a noi senza problemi, quasi che il costume da bagno e la leggera tuta militare fossero la sua vera pelle, quella in cui si sentiva a proprio agio.
Strisciavamo carponi attraverso la fessura d’ingresso per accedere alla grotta, reputandoci fortunati per dover passare sotto al sifone - unica possibilità nel caso il livello dell'acqua fosse stato troppo alto - e dietro a Giacomo ci addentravamo in quell’ambiente sconosciuto che si estendeva per vari chilometri nel sottosuolo, ramificandosi in branche solo in parte esplorate.
Lo seguivamo fiduciosi, avanzando con il fango alle ginocchia, arrampicandoci sulla scaletta di ferro sotto la cascata, cercando la strada nel camerone dei massi, fino alla ‘cattedrale’, il grande stanzone che segnava la fine del ramo principale, con le sue pareti altissime e lisce.
Quando verso l’alba uscivamo dalla grotta, dopo otto ore di cammino faticoso, ci spogliavamo e ci buttavamo esausti nelle tende per dormire un po’. Giacomo era sparito, senza salutare, e stava volando in bicicletta verso la parrocchia per celebrare la prima messa.»
«Quindi lo scopo dell’avventura non era quello di portarvi a messa?»
«Io non ricordo che mai ci abbia sollecitato a frequentare la chiesa. Probabilmente pensava che proporci degli ideali attraverso la vita concreta fosse una modalità più adatta alla nostra età. Eravamo adolescenti, attratti dalle imprese forti, come esplorare una grotta, conquistare la vetta di una montagna, attraversare a nuoto un fiume. Il nostro modo di essere cristiani era quello di aiutarci tra di noi, alleggerire lo zaino del compagno in difficoltà, spingere la sella della sua bicicletta in salita, ‘condividere il pane e l’acqua con il fratello …’ come dice la canzone.
L’unica messa di don Giacomo che ricordo ancora, la celebrò in un’occasione del tutto speciale.
Fu durante un campo mobile di alta squadriglia, che egli ci aveva organizzato sulle montagne altoatesine. Un campo allo stesso tempo faticosissimo ed esaltante, non eravamo mai stati in alta montagna e quella volta la meta fu di superare i 3000 metri.
Eravamo partiti dal lago di Braies in val Pusteria. Sulle spalle portavamo zaini pesantissimi senza schienale, dismessi dall’esercito, che oltre all’equipaggiamento personale di alta montagna contenevano viveri per una settimana; non avremmo infatti avuto lungo il percorso alcuna possibilità di rifornimento. La tenda, una pesante tenda di squadriglia, se la portava tutta don Giacomo, in aggiunta all’occorrente per la messa, compresa la ‘pietra sacra’, una lastra di marmo con le reliquie di un santo che a quel tempo era obbligatoria per la validità della celebrazione, in sostituzione dell’altare.
Salimmo alla Croda del Becco, poi discendemmo all’Alpe di Fanes, poi ancora percorremmo la lunga val Travenanzes e da lì affrontammo la salita della Tofana di Rozes, in un solo giorno oltre 1500 metri di dislivello.
Arrivammo in vetta in ordine sparso, don Giacomo non si preoccupava di incoraggiarci a salire, lui tirava e basta. Giunsi per secondo, subito dopo di lui, alla croce in ferro che dominava la vetta. Ero stremato e mi buttai a terra bocconi, senza neppure la forza di togliermi lo zaino di dosso, quasi senza neppure la forza di respirare. Lo vidi che stava indossando camice e stola.
«Introibo ad altare Dei … Su, dai, rispondi!» mi fece.
«… ad Deum qui laetificat juventutem meam’» risposi con un filo di voce, meccanicamente, senza sapere quello che dicevo, la testa che mi girava. Posai la guancia su di un sasso e non reagii più.
Mi svegliai mentre stavano arrivando i miei compagni. Don Giacomo stava per finire e pensava già a riporre gli arredi sacri nello zaino, soddisfatto di aver celebrato a quell’altezza.»
«Ti sarà servita a poco quella messa!»
«E invece, come vi ho detto, quel brandello di storia che vi ho raccontato è uno dei pochi ricordi di carattere religioso della mia adolescenza. Molte volte, in seguito, immaginai Giacomo con gli occhi e le braccia alzati verso il cielo, che supplicava Dio di proteggere tutti i giovani e questa povera umanità.
Un'immagine che mi fece amare ancor di più la montagna e quella montagna in particolare.
Sono ritornato più volte sulla Tofana per portarvi altri giovani.
Fu un’esperienza che, soprattutto, mi fece identificare la figura del prete con quella di un Uomo, forte, ardito, al servizio dei giovani che amava. Penso che fu importante per le mie scelte di vita successive. Giusto o sbagliato che fosse, quando entrai in seminario immaginai così la mia missione.» (pagg. 214-217)


Eric appallottolò il quarto foglio di giornale bagnato, che aveva assorbito l’acqua delle calze, e si avvolse i piedi con le notizie di fondo. «A proposito, Giuseppe. Ieri ci hai parlato di don Giacomo, ma non ci hai raccontato il resto della sua storia. Sei rimasto ancora in contatto con lui?»
«Lo perdemmo di vista, quasi improvvisamente. Anche se dalla sua bocca non sentimmo mai una sola critica alle istituzioni ecclesiastiche, ci rendevamo conto che si trattava di un prete anomalo e come tale veniva percepito dal vescovo di Vicenza. Uno che si toglieva troppo spesso la tonaca, che addirittura si metteva in costume da bagno al lago o in grotta, soprattutto un prete che aveva tanto ascendente tra i giovani ma li portava fuori dell’oratorio. Tenete presente che a quel tempo lo scautismo, anche lo scautismo cattolico, veniva visto con sospetto, in quanto era stato fondato da un protestante, nonostante capi ed assistenti si sforzassero di sbandierare la frase di Baden-Powell, secondo cui ‘quello cattolico è la migliore realizzazione dello scautismo che abbia mai visto’.
Don Giacomo trasse le conclusioni da questa velata ostilità e, di punto in bianco, se ne andò in Brasile. Ricordo ancora, perché mi colpirono, le sue battute.
«Ma conosci il portoghese?»
«No, lo imparerò durante il viaggio in nave.»
«Dove andrai?»
«Non lo so, nella foresta, immagino.»
Andò proprio nella foresta amazzonica, nel cuore del Mato Grosso. Missionario itinerante, passava da un villaggio all’altro percorrendo 30-40 chilometri al giorno con tutto ciò che gli occorreva nello zaino e così fece per sette anni. Ad un certo punto si seppe che era passato in Cile, in un villaggio del gelido Sud.»
«Accomunò quindi ad una personalità già forte una vita avventurosa e degli obiettivi carichi di ideali. Capisco che per dei giovani come voi rappresentasse un modello.»
«Certo, ma non un modello leggendario, come quello che si trova sui libri, su cui fantasticare e sognare. Fu per noi un modello molto concreto di persona conosciuta, da cui imparare e su cui riflettere.»
«E poi, che successe di lui?»
«Ve lo racconterò un’altra volta. Giacomo ebbe una vita così ricca e varia che non la si può sintetizzare in un breve racconto.» (pagg. 220-221)


«Ancora una domanda - fece Eric curioso - ci hai parlato un paio di volte di don Giacomo, il tuo amico e modello di uomo e di prete. E lui, si fece vivo con te durante il tuo periodo di ricerca?»
«Sì, ma fu un incontro del tutto particolare. Ve lo racconto, perché vi può aiutare a comprendere meglio il tempo che stavamo vivendo.
Dunque un giorno Giacomo venne a trovarci e in realtà parlammo poco della nostra scelta, perché ci raccontò della sua. Era ritornato a casa dopo dieci anni di missione in America latina ed ora, a cinquant'anni …
«Penso di avere fatto abbastanza per la Chiesa - ci disse - adesso mi sposo.»
L'uomo non finiva mai di stupirmi. Aveva conosciuto una farmacista, una donna di grande intelligenza e sensibilità, per molti anni impegnata in un gruppo missionario di Vicenza e in varie attività caritative e sociali. Detto e fatto - Giacomo non era abituato a perdere tempo - chiese la dispensa, l'ottenne e si sposò. Vissero dodici anni felici e innamorati, sembravano due colombi. Però lei era malata: i postumi di una paralisi infantile contratta da bambina provocarono lentamente la contrazione del torace e la riduzione delle capacità polmonare, finché morì. Ma la storia non è finita qui.
Qualche anno dopo Giacomo mi telefonò. Mi disse che sua madre era mancata di recente, mi raccontò dell'estate appena passata e …
«Mi sono riposato» capii al telefono e gli risposi: «Hai fatto bene, in fin dei conti hai anche tu sessantacinque anni.»
Avevo capito male. Mi aveva detto: «Mi sono risposato!», questa volta con una signorina della sua età, un'insegnante di pianoforte. La seconda volta, però, non funzionò. Giacomo sembrava avesse tratto dal secondo matrimonio una vivacità ed un vigore che, a quell'età, potevano essere compresi solo da chi aveva conosciuto il suo modo di vivere precedente. Lei non lo resse e dopo sei mesi se ne andò.
Per lui fu uno smacco, una delusione, una grande sofferenza, ma reagì, come era sua abitudine, in senso positivo. Pose tutte le proprie energie nel riempire ogni giorno della settimana con un diverso servizio: tutte le mattine al Mezzanino per portare i dolcetti di sua produzione a barboni e immigrati, due giorni nella bottega del commercio equo e solidale, un giorno al Centro per le malattie rare. E poi il Telefono amico e la proposta di serate musicali a casa sua, e poi ancora la pubblicazione dei racconti ambientati in America, sempre arguti e profondi nel delineare la vita delle persone semplici.»
«Facendo quattro conti, ora ha più di ottant'anni. Continua ancora con questi ritmi?» chiede Caius, cercando di allontanare dalla mente dal confronto con i propri ricorrenti momenti di stanchezza.
«Ne ha ottantacinque e sì, ha ridotto un po' il ritmo ma fa ancora tante cose ed è sempre pieno di interessi. Qualche anno fa è stato operato alle anche, ma un camminatore come lui non poteva star fermo. Quando, dopo l'intervento, il medico gli ha permesso di fare una passeggiata, è subito andato in escursione sul Pasubio, percorrendo la Strada delle Gallerie.
In ogni caso non è uomo da restare solo. Da qualche anno è fortemente legato ad un'amica, una donna colta e sensibile, che frequenta assiduamente.
«Do vèto, nono, a far tuta sta fadiga?» lo apostrofano i giovanotti fermi davanti all'osteria, mentre lo vedono arrancare in bicicletta sulla dorsale dei Berici.
«A trovare la morosa!» risponde lui, e tutti ridono.
«Ma xe vero!» mi racconta poi, e ride anche lui, con il suo riso da fanciullo.»
Anche i tre amici risero, e si versarono un altro bicchiere di vino tinto. (pagg. 351-353)